Truccare il volto del vino

Vino ed etichetta. In dialogo con Federica Cecchi sull’importanza dell’etichetta di un vino 

Federica Cecchi, nasce a Firenze nella culla del Rinascimento dove ha imparato la passione per l’arte, l’architettura ed il gusto per le proporzioni. Si laurea in architettura e inizia collaborazioni con studi di Restauro dove coltiva e approfondisce la sensibilità per il recupero e valorizzazione dell’architettura e il patrimonio artistico. Nel 2016 fonda URBAN-GAP, un laboratorio di architettura e design sostenibili che ha come obiettivo la sperimentazione di nuovi habitat urbani. Nel 2018 vince il Concorso di Rigenerazione Urbana nell’ambito Tiburtino, promosso da Acer (Ass. Costruttori Edili Roma). Dal 2017 collabora con BANCA d’ITALIA – Divisione patrimonio artistico, spaziando dagli allestimenti di mostre per la valorizzazione del prestigioso patrimonio della Banca all’editing di cataloghi d’arte, fino all’interior design. Dal 1999 si dedica al design e alla comunicazione di aziende del settore food & wine. Fa parte dell’Associazione Nazionale Donne del Vino, per l’impegno profuso nella valorizzazione della cultura del vino.

Per la Vinokrazia il rapporto tra un vino e la sua etichetta è per definizione ‘non accessorio’ e, come tale, necessario. Ma questa definizione merita un chiarimento nella misura in cui l’obiezione prima – e unica – consista nel dimostrare qualità intrinseche del vino, indipendenti dalla sua veste, estranee alla sua estetica. Diventa un fatto certo o una verità che un vino degustato dalla botte, rinchiuso in un contenitore anonimo o prelevato da una bottiglia con la sua bella etichetta, sia sempre lo stesso vino. Pertanto, ciò che interessa la Vinokrazia non è il giudizio ultimo sul contenuto o sull’estetica che lo caratterizza, ma sull’esperienza che questo contenuto, con tutta la complessità della sua forma, vuole promettere anche attraverso la veste che gli cade a pennello. Altra verità è che noi tutti ci appassioniamo al vino perché lo riconosciamo in una bottiglia ‘informata’ da una veste. Il successo del vino, confermato e alimentato dal mercato, non sarebbe stato lo stesso se non avessimo potuto maneggiare bottiglie ma semplici liquidi sfusi.


Come viene recepito il ‘mandato’ consistente nel progettare un’etichetta?
Il mandato per me si traduce in ricerca e studio. L’etichetta è lo spunto per trovare più vie da seguire per intraprendere una ricerca storico-iconografica che mi aiuti ad individuare elementi validi che le etichette andranno a raccontare e rappresentare. L’etichetta diventa il perfetto strumento per divulgare l’essenza del vino e del brand.

Avrai avuto committenti diversi per richieste, ambizioni e preparazione. Qual è il tuo scrupolo nel guidarli verso la progettazione di un’etichetta?
Mi capita di rappresentare varie committenze dall’antica famiglia blasonata al giovane emergente (dalla vigna). Solitamente seguo due direttrici: quella che si aspetta il cliente, e quella alternativa, sperimentale per intraprendere altre vie di comunicazione esplorativa. Il mio obiettivo è condurre per mano il committente verso traguardi inesplorati e inaspettati.

Un produttore è spesso rappresentato da più vini. Nel tuo lavoro quale valore attribuisci alla ‘coerenza’ come gesto sotteso alla progettazione di una trama estetica che li possa raccontare?
Coerenza e autenticità sono i cardini per la progettazione. Il family look deve essere l’abbraccio verso tutte le etichette appartenenti allo stesso brand: protette da questo fattore comune potranno viaggiare insieme o separate ma chiaramente ed armoniosamente appartenenti alla stessa matrice.

Prendiamo, tra i molti possibili, due mondi del vino con le loro storie parallele: Borgogna e Sardegna. A partire dal contenitore, abbiamo forse già due impressioni distinte, una che rinvia al sedimento, l’altra all’agilità. Secondo te è pensabile scambiare le parti e quanto l’immaginario dovuto alla tradizione influisce sulla destinazione del tuo lavoro?
Il legame del vino con la tradizione deve essere espresso ed evidenziato. Borgogna e Sardegna sono due zone che rappresentano caratteristiche molto diverse e quindi vini diversi.
Le bottiglie non a caso hanno nomi legate alle regioni di appartenenza o nascita. Il Connubio geografia e funzionalità ha generato i perfetti contenitori per questi liquidi speciali. La bordolese è la bottiglia con le “spalle grosse” per evitare che, durante la mescita, eventuali sedimenti prodotti dai vini di quella regione (Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, etc) possano cadere nel decanter o nel bicchiere.
La Renana o Alsaziana, direttamente dall’area vinicola del Reno, è la bottiglia migliore per conservare i vini bianchi. Bellissima, allungata e slanciatissima da far invidia alle altre…
Poi c’è l’anfora da vino, dai fianchi sensuali, in vetro verde, viene utilizzata per il Verdicchio in Italia e per quelli della Provenza in Francia. La bottiglia Borgognotta, dai fianchi sinuosi, accogliente ed elegante, la mia preferita, di colore verde, era in origine utilizzata per la conservazione dei grandi vini della Borgogna.
Possiamo pensare di imbottigliare un Barolo in un’Alsaziana? Oppure un Supertuscan in un’Albeisa la bottiglia usata generalmente per la conservazione di vini rossi del Piemonte?

Quando un’etichetta svilisce e mortifica il vino?
Una donna sa come valorizzare il suo aspetto e il vino deve fare lo stesso, indossare il suo abito sartoriale migliore per essere maggiormente valorizzato. A volte l’etichetta, se ben progettata, può elevare la percezione del vino e renderlo ancora più attraente tra i molti altri nella passerella di un’enoteca.

Possiamo convenire sul fatto che un’etichetta possa danneggiare il vino. Se è slegata, dissociata, ripetitiva, disarmonica, scomposta. Cosa la rende parlante?
L’etichetta è una lunga storia di passioni. L’etichetta parla di territorio, di passioni e di personaggi che hanno creato quelle magiche alchimie rosso rubino e giallo oro.
Se riesce a raccontare coerentemente questi elementi, allora sarà veramente parlante, espressione di un linguaggio autentico, con radici fortemente legate alla tradizione ed al territorio.
Le forme si rivelano agli occhi, alla memoria, alle emozioni; il design crea chiavi universali di comunicazione.

Vorrei commentassi l’idea vinokratica per la quale è giusto domandarsi se una bottiglia senza etichetta sia più minacciosa di una bottiglia con un’etichetta priva di ogni grammatica? Qui entra la nozione di disgustante che, nella nostra ottica, potrebbe corrispondere a qualcosa di ben peggiore dell’errore… forse l’orrore!
Gli studi di neuromarketing dimostrano che il cervello influenza il gusto e non viceversa per cui persino il più obiettivo assaggiatore, se conosce il nome del vino con le sue caratteristiche legate alle denominazioni, al territorio, all’enologo, al brand e soprattutto se lo ha già assaggiato, inconsciamente troverà nel bicchiere quello che si aspetta di trovarci.
Un vino senza etichetta è come un libro senza copertina, cosa andrò a leggere? Quali emozioni sto cercando? Quale evasione? Qual è l’autore o il territorio che lo ha generato?

Abbiamo da una parte la verità per la quale un vino non è giudicabile soltanto o soprattutto per la sua etichetta; dall’altra, secondo la proposta vinokratica, che l’etichetta inaugura lo scambio tra il bevitore e ciò che si appresta a bere, da cui la sua insindacabile necessità. Cosa pensi di quanti non riservano la giusta importanza allo sguardo affidandosi, ad esempio, alla denominazione?
Coloro che si affidano solo alla denominazione sono pochi ed educati, educazione con l’accezione di sviluppo di facoltà e attitudini dei sensi, avere un’educazione vinicola.
Ma poi c’è tutto il resto del pubblico che guarda il vino con sguardo superficiale e vuole essere attratto, calamitato da un’immagine persuasiva e originale. Molti di loro, compreranno il vino per l’etichetta.

Un’etichetta racconta il liquido in bottiglia ma soprattutto ciò che è stato. Secondo te quanto è plausibile un intervento radicale, un ammodernamento o un revisionismo che intacchi anche il concetto di tradizione?
Sto praticando questo intervento radicale, sto sperimentando altre vie di espressione per stimolare gli ascoltatori a provare altre vie alternative. Non è facile scontrarsi con una concezione legata alla tradizione, soprattutto se sul brand aleggia un blasone.
Il binomio perfetto è l’ossimoro: tradizione moderna.

Concordare sul fatto che un’etichetta aggiunga qualcosa al sapore significa voler ammettere che la sua mancanza inevitabilmente sottrae qualche aspetto dell’esperienza. Come riesci a iniziare il tuo lavoro avendo davanti solo il profilo della bottiglia e sapendo che dovrai procedere per aggiunta?
Ragiono da Futurista: un foglio bianco dove iniziare ed attuare una vera magia caleidoscopica.

La vinokrazia racconta di un’etichetta come di promessa e profezia. Cosa ti scatenano questi due termini?
L’etichetta è una promessa: “ Prometto che dirò la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità” disse l’etichetta indosso al suo vino…. “se sarò realizzata ad opera d’arte racconterò anche qualcosa in più”.

Della necessità: dire che un’etichetta è necessaria non basta a confermare che questa necessità debba rispondere ai tre requisiti di identità, singolarità ed eleganza che trasformano la potenza in atto, il possibile in necessario appunto.
Identità: l’etichetta è necessaria per rappresentare l’essenza del vino e comunicare la percezione dello stesso. Deve avere una sua identità e personalità costruita sugli elementi cardine: territorio, storia e persone.
Singolarità: ogni etichetta deve essere unica nel suo genere per distinguersi tra le tante e catturare l’attenzione del consumatore, l’ascoltatore in cerca di emozioni, che fra tante colleghe sullo scaffale sceglierà proprio lei, la più singolare.
Eleganza: un dato che non ha tempo e non svanisce mai. Cerco sempre l’eleganza nello stile e nei contenuti. La mia città natia mi ha insegnato ad amare l’arte e l’eleganza, ma soprattutto a capire il senso delle proporzioni e degli equilibri. Vado alla ricerca costante, passami il termine come sintesi di bellezza e perfezione, della ‘perfettezza’. Se da una parte non è verificabile l’assioma per cui la qualità di un vino dipende dalla sua etichetta, è anche vero che la vinokrazia non intende pronunciarsi sulla qualità – almeno non è questo il suo fine – quanto sulla necessità dell’esperienza possibile. E’ di questa esperienza che fa parte la corresponsione della veste in un gioco di domande e risposte implicito nella coerenza tra tratto, immagine, proporzioni, cromie e il liquido che ancora deve esprimersi nel gusto.

Come sempre zum Wohl… alla vera salute! 

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